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L'edificio e le sue vicende

Chiesa di Santa Maria della Pace


L'EDIFICIO E LE SUE VICENDE




Santa Maria della Pace


L’architettura di Santa Maria della Pace, vicina a quella di altre chiese milanesi come San Bernardino alle Monache, Incoronata, San Pietro in Gessate e Santa Maria delle Grazie (prima dell’intervento di Bramante), è testimonianza di una tipologia ispirata a forme che affondano le radici nella tradizione romanica e gotica lombarda. Tuttavia, rispetto a San Pietro in Gessate, alle Grazie e anche a San Bernardino, Santa Maria della Pace denuncia maggiormente il conservatorismo dell’architettura e del mondo figurativo dei Solari. Secondo la Romanini la paternità dell’edificio sarebbe di Pietro Antonio Solari; più probabile, invece, - anche a seguito degli ultimi restauri - essere di Guiniforte, padre di Pietro Antonio, ingegnere della Fabbrica del Duomo, Deputato alla Fabbrica della Certosa di Pavia e architetto delle Grazie.

L’attuale aspetto dell’edificio è il risultato di radicali restauri eseguiti nel 1997 a cura della Fondazione “Opera per la venerazione del Santo Sepolcro e dei Luoghi Santi”, proprietaria dell’edificio, seguiti a parziali restauri del secolo XVII, che deturparono l’esterno e l’interno, e di molti rimaneggiamenti succedutisi nel corso dell’Ottocento e del Novecento, fino ai danni dell’ultima guerra.

I guai peggiori la chiesa li subì quando fu sconsacrata, soppressa con il convento e i suoi beni furono, l’8 giugno 1805, confiscati da Napoleone. La proprietà della chiesa passo, allora, al demanio dello stato e l’edificio fu usato come magazzino di artiglieria, scuderia, ospedale e persino scuola di equitazione.

Il 15 maggio 1875 la proprietà dell’intero complesso passò all’Istituto (o Riformatorio) Marchiondi (già Pio Istituto di Santa Maria della Pace che, in seguito, divenne quella che è l’attuale Società Umanitaria).


Litografia del 1845 raffigurante la chiesa di Santa Maria della Pace
e l'omonimo Pio Istituto, in seguito divenuto Istituto Marchiondi
dal nome del suo fondatore (nella litografia visibile in coda al corteo)


Il 3 gennaio 1900, la chiesa con alcuni locali del convento furono acquistati dalla Società Oratori Perosiani che l’adibì a sala per concerti e, in tale circostanza, fu restaurata a cura dei fratelli Bagatti Valsecchi.


Copertina de "La Domenica del Corriere", anno II, n. 18, 6 maggio 1900
(nel disegno di A. Beltrami "L'inaugurazione del Salone Perosi, ex chiesa di S. M. della Pace, a Milano")


Col declino del Salone Perosi, la chiesa e la parte di convento divennero proprietà, nell’aprile 1906, della Congregazione delle Suore di Maria Riparatrice (Congregazione fondata a Strasburgo nel 1857 da Emilia d’Outremont, con lo scopo di riparate le offese recate a Dio dal genere umano) che li restituirono al culto e alla loro originaria funzione nel 1907, quando l’arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari ne presiedeva la solenne riconsacrazione.


L'altare maggiore di Santa Maria della Pace in una cartolina del 1939,
ai tempi della presenza delle Suore di Maria Riparatrice (in primo piano in atto di adorazione)


Chiesa e parte dell’originario convento rimasero alla Congregazione femminile fino al 1967, quando questa trasferì il convento nei pressi di Perugia. Quindi passarono alla Fondazione “Opera per la venerazione del Santo Sepolcro e dei Luoghi Santi” che agisce di concorso con l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

A seguito di tutte queste vicende, molto della decorazione pittorica ad affresco o su tavola, per cui la chiesa era rinomata, è andata perduta o portata in altra sede e anche l’esterno subì profonde modifiche. Il Torre e il Lattuada, infatti, la descrivono con tredici cappelle, la “maggior parte verso la pubblica strada”, perché dal lato opposto, ossia quello del monastero, “vien loro proibito il sito per un vicino Portico” (Torre).


Fotografia della facciata della chiesa risalente al primo decennio del Novecento


L’interno di Santa Maria della Pace è a una sola navata con cinque campate a volte ogivali a crociera, separate da archi trasversi a sesto acuto che, come i costoloni, ricadono pensili, sorretti da mensole, sulle pareti. Sul lato sinistro della navata si aprono cinque cappelle semiottagonali le cui arcate d’ingresso sono rette da pilastri ottagonali di serizzo con capitelli scudati raffigurante insegne ducali.


L'interno della chiesa


Di queste cappelle, oggi solo la quinta è adibita al culto: essa è dominata dall’immagine di Cristo Crocifisso ma, al suo interno, conserva il quadro di Santa Maria della Pace, nel quale la Vergine indossa un caratteristico abito seminato dalla parola pax e il Bambino Gesù è collocato nella mandorla raggiante, chiara allusione all’impresa bernardiniana, più volte richiamata negli affreschi delle vele delle campate della chiesa. Per la presenza di tale immagine, titolare della chiesa, la cappella è dedicata a Santa Maria della Pace.


La tela di Santa Maria della Pace


Le proporzioni ridotte delle cappelle, dalle volte archiacute su costoloni pensili e illuminate da monofore, che all’esterno si presentano a fianco snodato unite in alto dalla linea continua del tetto, come in San Pietro in Gessate, danno maggior slancio all’edificio. L’accentuato verticalismo è visibile nella facciata segnata da due alte monofore a sesto acuto, poste ai lati del portale sovrastato da un grande oculo. Sul prospetto frontale erano presenti il monogramma IHS e il motto PAX (che, come già detto, si ripetono anche all’interno, nelle vele delle volte), testimonianza della relazione della chiesa con San Bernardino da Siena.

Semplice ed elegante il campanile cinquecentesco, recante, alla sommità, bifore con oculo nel timpano.



Il campanile di Santa Maria della Pace


Sul vecchio altare maggiore, prima della costruzione del nuovo coro nel secolo XVII, trovava posto un polittico di Marco d’Oggiono e Giovanni Agostino da Lodi fatto dipingere dal vescovo di Bobbio Giovanni Battista Bagarotti. Secondo il Torre – che ricorda questo polittico, ormai scomposto, nell’antico refettorio (di altra proprietà), insieme alla Crocifissione dello stesso autore (1520) e alla Cena del Lomazzo – in esso erano effigiati i Santi Pietro, Paolo, Girolamo, Caterina martire, Maddalena, la Natività, l’Adorazione dei Magi, il Battesimo, San Francesco stigmatizzato, Angelo custode e il vescovo committente Bagarotti. Oggi rimangono – sempre conservati nel refettorio – alcuni frammenti raffiguranti San Paolo, l’Adorazione dei Magi e il Battesimo (per quest’ultimo il Marcora ipotizza una collaborazione tra Marco d’Oggiono e lo Pseudo-Boccaccino).

In una cappella della chiesa, sempre affrescata da Marco d’Oggiono, esisteva il monumento sepolcrale del vescovo Bagarotti, opera di Andrea Fusina (1519), oggi conservato presso il museo del Castello Sforzesco. Della decorazione ad affresco di questa cappella giunsero a Brera, dopo il 1808 o 1820, i seguenti episodi: Adamo ed Eva, San Cristoforo (nei depositi), il Transito della Vergine (oggi in deposito presso il Museo della Scienza e della Tecnica), Due gruppi di Apostoli e le Nozze di Cana (oggi al Castello Sforzesco). All’altare di questa cappella era collocata la pala, sempre di Marco d’Oggiono, con l’Assunzione della Vergine, giunta a Brera nel 1812 (insieme allo Sposalizio della Vergine di Raffaello).

Le antiche fonti citano varie opere situate nelle cappelle della Pace, ora disperse o perdute: un San Lorenzo sulla graticola di Antonio Campi; la pala d’altare con Cristo che dà le chiavi a Pietro e due affreschi, nella cappella dedicata a San Pietro, con l’Apostolo che “pesca a vista di molte persone”, secondo il Bianconi di Ottavio Semino.
Altre opere di cui non si ha notizia sono: una Santa Caterina martire portata dagli angeli di Camillo Procaccini (a oggi non reperita); una Decollazione di Santa Caterina di Bernardino o Giulio Campi (ritenuta perduta da Godi-Cirillo o, secondo Bona Castellotti, potrebbe identificarsi con un dipinto di uguale soggetto, ma molto ritoccato, ancora in una sala dell’edificio); un Martirio di Santa Caterina posta alla ruota attribuito al Cerano o a Daniele Crespi e, infine, un San Francesco che riceve le stigmate di Melchiorre Gherardini.

Pure perduto è il dipinto, probabilmente a fresco, in origine sulla facciata della chiesa, che raffigurava, secondo il Torre, la Vergine con il Bambino trai Santi Giacomo e Filippo e un religioso francescano (considerato il ritratto del beato Amedeo M. da Silva) di Simone Peterzano.
A questa opera occorre aggiungere gli affreschi del Chignoli e dei Fiammenghini nella cappella di San Diego, dalla volta decorata (secondo il Torre) dallo svizzero Johan Christoforus Storer, che soggiornò a lungo a Milano tra il 1640 e il 1657.

Presso l’altare maggiore della Pace si trovavano due grandi tempere con la circoncisione di Cristo e l’Adorazione dei Magi del Cerano. I due dipinti, datati tra il 1606 e il 1610, furono ritrovati nel 1942 nella chiesa parrocchiale di Pusiano, ma andarono distrutti nel 1943.

Il nuovo coro fu affrescato dai Fiammenghini con scene delle Storie della Vergine, sovrastate dai Profeti e da altre figure del Chignoli. Nella volta absidale rimane oggi, della decorazione di Tanzio da Varallo, un’Annunciazione ai pastori un’Adorazione dei pastori e, al centro, Angeli in volo tenenti il cartiglio recante l’inno angelico “Gloria in excelsis…”, dalla critica collocati tra il 1630 e il 1633.

       
Gli affreschi di Tanzio da Varallo che dominano la volta absidale


Nella chiesa era collocato, addossato a una parete, il sepolcreto di Lupo di Soria, opera di Giovanni Giacomo Della Porta, eseguito a Genova, trasportato a Milano e finito poi nel giardino di casa Uboldi a Cernusco sul Naviglio (ritrovato dal Sant’Ambrogio nel 1896).

Di particolare rilevo sono anche i due cicli di affreschi realizzati da Bernardino Luini nella cappella di San Giuseppe (strappati e trasferiti a Brera nel 1805) e da Gaudenzio Ferrari nella cappella della Natività della Vergine (strappati e trasferiti a Brera nel 1808).

La cappella di San Giuseppe, posta a sinistra del presbiterio, fu fedelmente ricostruita a Brera nel 1903 a cura di Corrado Ricci il quale, per la sistemazione della decorazione pittorica, si basò su un acquerello del Pogliaghi realizzato nel 1875. La decorazione pittorica, realizzata tra il 1516 e il 1520 dal Luini ispirandosi all’Apocalypsis Nova del beato Amedeo Menezes da Silva, illustra le Storie della vita della Vergine e di San Giuseppe; una Sibilla; riquadri con Luca, David, Salomone e Isaia; figure di arcangeli, angeli musicanti e cherubini nelle vele e negli spicchi. Tale edicoletta, secondo il Mongeri (che avrebbe desunto la notizia dalla “Cronaca” del Sitoni e da documenti dell’Archivio di Stato di Milano), poteva avere funzione di cappella funeraria fatta costruire, per testamento, da Branda Castiglioni, senatore, avvocato fiscale e consigliere del Moro, che, insieme ai figli, aveva un deposito mortuario di famiglia nella chiesa.

Degli affreschi realizzati da Gaudenzio Ferrari nella cappella della Natività della Vergine rimangono tredici scene, tutte conservate a Brera e raffiguranti Storie della vita di Maria. Sull’altare della cappella si trovava anche una tavola, sempre del Ferrari, raffigurante la Nascita della Madonna, ora nelle Gallerie di Firenze.

Di particolare interesse e pressoché sconosciute sono le decorazioni della sesta e settima cappella (oggi accoglienti gli uffici di rappresentanza della Luogotenenza per l’Italia Settentrionale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Risalenti alla seconda metà del Cinquecento, i due interventi decorativi s’inseriscono nella fervida attività di rinnovamento che le chiese milanesi conobbero con San Carlo Borromeo.

Gli affreschi della sesta cappella, disposti attorno a un ottagono centrale dove è rappresentato il Cristo giudice, sono riferibili al pittore genovese Ottavio Semini. I temi raffigurati nella volta di questa cappella possono accordarsi alla rappresentazione di storie di San Pietro.


La volta della sesta cappella


Nella settima cappella, l’impostazione decorativa più sobria ed elegante è un richiamo al gusto classico. Essa rimanda al gusto e al mondo figurativo di Carlo Urbino, con il quale si esaurisce a Milano il gusto raffaellesco che faceva riferimento a Giulio Romano e, più immediatamente, ai Campi.


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